Orbene… Già avevo minacciato sui pinguini… Quest’anno i reportage da Annecy saranno ben due. A quello ufficiale, di cui è già uscita la prima parte, quest’anno affiancheremo il “dark side”: tutto quello che non vi sarebbe mai interessato sapere su Annecy e che comunque XX non vi avrebbe mai detto (un post completamente inutile, insomma, ma tanto direi che il posto è adatto…)
Partiamo intanto con un aspetto abbastanza interessante della questione (non me ne vogliano le signorine che frequentano questi lidi): ad Annecy, a differenza di quanto ha detto XX, di gnocca quest’anno ce n’era. Pure troppa. Per svariati giorni (oltre all’essere disgustato dalle donzelle di scarsa qualità che mi circondavano) ho avuto dolori lancinanti al collo dovuti al continuo girarmi a destra e a manca.
Ciononostante, a quanto pare, a noi la topa ci piace, ma ci fa anche un po’ paura… I nostri pranzi si svolgevano tipicamente “dalle checche” o “dalle vecchie” (direi che i simpatici nomignoli affibbiati la dicono lunga sul tipo di popolazione). Si mangiava bene, ok, ma non è che si potesse contare su una compagnia di livello. Per fortuna esisteva lo “Chalet a Crepes”
in cui si poteva prendere un ottimo caffè (forse un po’ freddo, a voler sindacare, ma fatto veramente all’italiana, Iddio gliene renda merito) accompagnato da una visuale meravigliosa. Varrebbe la pena di fare una gita ad Annecy solo per la signorina…
Per rientrare in un tema a noi famigliare, parliamo di cibo: ho mangiato. Bene. Tanto. Però, cazzarola, cipolle ovunque! Non che senza cipolle quello che mangiavamo sarebbe stato leggero, però… dai…
Festival vero e proprio: ma è uno sballo!! Io sono avvezzo al Rocky Horror, in cui in sala si fa di tutto, ma andare al cinema e tirare gli aeroplanini di carta prima della proiezione, cantare la sigla tutti in coro, ridere di un cortometraggio sperando che il regista sia in sala per rendersi conto della sua grandiosa opera… Non ero preparato a tutto ciò! Sospettavo che non si trattasse di un festival da parrucconi, ma non me lo credevo così bello!
E comunque, visto che altrove vi hanno parlato della sigla, ma senza vederla non si può capire, io, che sono più buono di quello di là, ve la metto qui: è il secondo link.
Grossa pecca del festival è il sito internet e l’organizzazione informatica in generale… Anche ora, per cercare quel belin di filmato, sono diventato scemo (più di quanto fossi già, ok…).
Una cosa che mi sono immediatamente messo a cercare e di cui ho salvato subito il bookmark è il video di quello che per me è il vincitore morale del festival… Dire che è geniale, secondo me è riduttivo!
Il paesino di Annecy è uno spettacolo… Peccato solo non essere riusciti a gironzolare un po’ di più causa maltempo che ci ha funestato per tutto il periodo ![]()
Curiosa anche l’esperienza al supermercato, per gli acquisti… Trovare al supermercato vini da 1500 euri non è da tutti i giorni… E poi il Monoprix si sgranocchia a colazione 4-5 delle nostre Coop… (sarò provinciale… Magari ai milanesi non fa più impressione di tanto…)
In conclusione, thumbs up per Annecy!! E fischi a Golosino che ci ha tirato il pacco (Golo, lo so che non è colpa tua, però… Consolati pensando che non c’era carne di cavallo!)
Probably, more to come…
Annecy 2008: anche qua!
29 Giugno 2008 di Botty
Spero che qualcosa del bel commento di Botty riesca ad arrivare a chi non c’era, perché mai come quest’anno mi sono reso conto che Annecy è un’esperienza unica, che non esiste né può esistere altrove, un modello che non può essere replicato, che può nascere solo ponendosi al centro del mondo dell’animazione. Ma non serve neanche essere appassionati o esperti per apprezzarlo. Certo, chi lavora nell’ambiente, a qualunque livello (produttivo, creativo, organizzativo, giornalistico) non può fare a meno di aggiornarsi con le uscite di Annecy, sarebbe impossibile ambire al professionismo altrimenti. E c’è sempre qualcosa di antico da imparare e scoprire ogni anno. Ma tutto questo potrei ottenerlo anche altrove, in certi casi anche meglio.
Quello che solo Annecy possiede è quello spirito di cui parla Botty, quello che ti fa dire “Non avrei mai pensato che un festival di cinema potesse essere così”. Una formula fortemente voluta e che pure appare spontanea e riconquistata dal pubblico volta per volta. Non esiste modo migliore per conquistare seguito e per rappresentare al meglio il tipo di forma espressiva che è oggi l’animazione, soprattutto quella indipendente, e di questo va dato veramente credito a Serge Bromberg, che in dieci anni è riuscito a innestare un tipo di festival del tutto nuovo su un modello nobile ma ormai vecchio di 40 anni.
E così scriveva nel 2005 un certo redattore di eMotion in un box dell’articolo relativo all’Annecy di quell’anno:
Voli di fantasia
Un elemento importante e assolutamente unico del festival di Annecy, che arriva ormai persino a essere proiettato sullo schermo durante le pause o citato nelle sigle, sono gli aeroplanini di carta che gli spettatori delle proiezioni, in particolare nella sala maggiore del Bonlieu (il centro culturale che ospita la manifestazione), lanciano in gran numero verso il palco prima dell’inizio di ogni programma. La leggenda è che siano stati i numerosi studenti delle scuole d’animazione ad averne introdotto la pratica alcuni anni fa (più o meno con l’inizio della gestione Bromberg, partita nel 1999), gareggiando a chi riesce a farne atterrare uno sul tavolato ai piedi del grande schermo.
E quegli aeroplani si pongono in realtà come perfetto emblema del cinema d’animazione: sono fatti a mano usando la carta, come i disegni animati (l’animazione “principe”), sono piegati accuratamente, come i découpage (l’animazione “artistica”), sono oggetti inanimati cui viene infuso il movimento, come con la stop motion (l’animazione “primigenia”), sono un simbolo del volo della creatività e anche dell’irriverenza (essendo tipicamente ciò che i discoli lanciano in classe, e in questo senso pongono il ruolo dello spettatore come soggetto non passivo), della leggerezza (sempre perché di carta), della fantasia (perché sono icone), e dell’infanzia.
Niente male per una cosa così semplice e goliardica!
MONOP’ c’est trop cool.
bene, ora però vogliamo che l’anno prossimo Botty scriva così anche di Luccanimation
Qualche correzione, doverosa:
- I nostri pranzi preferiti si svolgono da “i finocchi” o “le vecchiette”, non le “checce” o “le vecchie”. Per la precisione. Va detto però che ci siamo un po’ “seduti” e abbiamo smesso di sperimentare nuovi locali per mangiare. Sintomo di vecchiaia.
- La signorina dello Chalet a Crepes era minorenne. Vergognati.
- Le cipolle in realtà non sono così diffuse. Ad esempio, nella tariflette è piuttosto rara: la prossima volta provala altrove (mi pare l’avessi assaggiata davanti alla Pierre Lamy).
- Il Monoprix rulla, però, fa pubblicità ingannevole: non è vero che tutto ha lo stesso prezzo!
- Complimenti per aver trovato il filmato del vincitore morale. Lo scipperò senza pietà per la seconda parte del mio resoconto, appena riesco a finirla.
Golo: vedremo di provarci… se Luccanimation se lo merita, ovvio!
. Pero` XX deve fare il resoconto serio sul suo blogghe!
XX:
Serviti a piacimento!
- Vero. Mi dolgo dell’errore. Dobbiamo riprendere pero` la nostra (vostra) vis sperimentale…
- Non lo credo. Comunque era semplicemente meravigliosa. Penso di poter dire sia la ragazza piu` bella che ho visto in vita mia. (mi faceva anche pensare un casino ad “Autogrill” di Guccini, ma questo e` un altro discorso…)
- Si`, era quella. Senza cipolle, in effetti, le ascrivo ben altro pregio. Tocchera` controllare!
- Si`, pero` il fatto che rulli in quel modo mi rende tollerabile la pubblicita` ingannevole… E poi il centro commerciale sotto il Decavision e` molto piu` fico dell’equivalente genovese…
- Lo ritenevo un obbligo morale!!!
A Zagabria 2008 (dove hanno vinto The Pearce Sisters e My Happy End come film di scuola, eccovi la lista completa), il vincitore morale ha preso una menzione d’onore “for its excellent humour”. E in realtà sta vincendo premi un po’ ovunque, segno che non tutte le giurie premiano Father and Daughter e basta. Oppure sì, ma poi magari si sfogano con le menzioni.
La signorina dello “Chalet à Crêpes” non era minorenne, aveva 13 anni compiuti, che nel paese di Botty significa essere maggiorenni (nel paese di Botty si è maggiorenni appena si riesce a dire “No, ti prego!” in modo chiaro e di propria iniziativa. Sì, a volte il Suonatore d’Incudine ha la meglio sul Signore Distinto). (Attenzione: “Suonatore d’Incudine” potrebbe essere un eufemismo).
Beninteso, se non lo dice e` sempre meglio! (ARF!)
Ma…zio cantante! E’ stata data una minzione a “Forecast” di Adriaan Lokman, quello che aveva vinto il premio “Film molesto” del 2007! Questo invalida tutte le altre scelte della giuria!
Speravo che quella menzione passasse inosservata.
Magari siamo noi che non lo avevamo capito bene. C’erano tante belle nuvole.
Botty: noi sappiamo che quando una donna dice no, in realtà intende dire sì. Quindi “Ti supplico, no!” si può tradurre con un “Assolutamente sì, in nome di tutto ciò che ho più caro!”.
Si`, ma un bel tacere non fu mai scritto… E poi, visto che chi tace acconsente, in questo modo si fuga ogni dubbio!
Ogni volta che vedo Father and daughter piango.
Un po’ anche noi, anche se per ragioni differenti!
Sì, se fossi una donna, di fronte a un’ennesima proiezione di “Father and Daughter” direi: “Assolutamente sì, in nome di tutto ciò che ho più caro!”.
E’ questo cortometraggio qui?
Yeppa. Oh, per essere bello è bello, va detto, ma ci è diventato antipaticissimo.
Uhm… come mai così antipatico?
Devo dire che l’ultima scena mi ha commosso.
In qualche modo ti sei risposto da solo. Prova a guardarlo altre tre o quattro volte, a ogni passaggio ti sembrerà sempre più evidente quanto furbetto e calcolato a tavolino sia. E anche quanto discutibile, qualunquista, borghesuccio, antifemminista e insieme confuso sia il messaggio di fondo, all’insegna peraltro di un certo sentimentalismo spicciolo.
Dudok de Wit è indiscutibilmente un grande animatore, ma allora preferisco di gran lunga il suo film precedente, The Monk and the Fish.
Dopo gli allori di Father and Daughter (che è il film che ha vinto più premi di tutta la storia dell’animazione: già questo non basta a odiarlo?) ha realizzato solo animazioni su commissione (ad esempio per La profezia delle ranocchie) e questo filmetto astratto basato unicamente sulla rivoluzionaria e sconvolgente invenzione tecnica dell’animazione di pezzetti di foglia di tè.
Questo è un film che invece adoro, tecnicamente, visivamente, concettualmente. E che mi commuove, perché lo trovo sincero, e pieno di idee e cose da dire.
Poco da fare. Sono donna, e sensibile. Guardo “Father and daughter” e piango.
Ma dove è antifemminista?
Suppongo nel principio che la donna deve aspettare l’uomo. Se fosse stato “Father and son” non avrebbe funzionato allo stesso modo.
Comunque non condivido tutto l’astio che Kuma espone per il filmino di de Wit (e nemmeno per la sua persona…pare che quel povero cristo gli abbia trombato la ragazza!). F&D è un bel corto, solo che è antipatico.
usa la terminologia corretta di Toccafondo: filmetto, non filmino
filmetto?
What?
Io non proprio alla donna che aspetta l’uomo. Pensavo alla nostalgia per il padre perduto. A prescindere dalle note autobiografiche che vi scorgo, l’ho vissuto come la storia di una donna che si è costruita la propria vita, ma ha sempre mantenuto vivo il ricordo del padre. Non l’uomo: il padre.
Ma forse mi sbaglio, eh.
Comunque non mi sembra un filmetto. E evocativo ma comprensibilie. E nonostante ciò, non mi sembra un filmetto.
“Filmetto” è il termine buffo che Toccafondo usa per “cortometraggio”, non ha una valenza di merito.
La tua interpretazione ha perfettamente senso, però rimango convinto che “Father and son” non avrebbe funzionato allo stesso modo, e non solo perché le femminucce di solito si attaccano di più ai papà. C’è qualcosa che suggerisce che “la donna ha bisogno dell’uomo”.
Kuma 19 e 20: guarderò gli altri film è ti sapro dire, però vorrei che articolassi la critica a F&D perchè non la capisco -è vero che l’ho visto una sola volta- possibilmente in un massimo di 19.742 caratteri spazi esclusi
xx 22: non capisco perchè non avrebbe funzionato? Il figlio sarebbe andato a giocare a calcio o a freccette?
Chicca 25: non ti puoi sbagliare perchè sono d’accordo con te
XX: ma così è come dire che un film “Mother and son” debba per forza essere attraversato da dinamiche edipiche che non si sciolgono mai.. Oddio, in effetti basta vedere l’ossessione che alcuni uomini hanno per il seno..
Comunque, credo che avrebbe funzionato anche un “Mother and daughter”.. se si eccettua il fatto che è molto più raro che una madre abbandoni la prole..
Comunque io quel significato da “la donna ha bisogno dell’uomo”, proprio non l’ho colto… stupisce sempre la relatività della prospettiva.
M2: Grazie! Sono convinta che saremo d’accordo anche su questomio ultimo commento!
In effetti la dinamica antifemminista sfugge anche a me…
E il film mi e` piaciuto, onestamente… Ma anch’io l’ho visto una volta sola (e comunque, si`, il fatto che sia il film piu` premiato della storia, un po’ antipatico lo rende…)
Edipo o no, le tette c’hanno il loro bel perche`! ;-p (anche se la signorina dello Chalet a Crepes non era fornitissima, in effetti…)
allora arrivo io con un bel commento ignorante: Father & Daughter è un filmetto bellino, ma Harvie Krumpet ci spacca il culo, doveva vincere lui a Luccanimation!
Botty: la signorina era sfornita di zinne perché le devono ancora crescere! Vergognati!
Golo: secondo me se facciamo combattere Harvey Krumpet con quel papà vince Harvey perché lo abbatte a testate.
è vero, c’ha la placca di metallo sulla crapa!
Chicca 28: in tutta serietà posso confermarti che sono d’accordo sul tuo ultimo commento, specialmente la faccenda delle poppe.
Botty: il Kuma parlava anche di messaggio borghese e qualunquista, io aspetto una sua eventuale spiegazione per capire.
golosino: Luccanimation è più scarso di Annecy, ma ha un programmista migliore
anche a me F&D è piaciuto molto.
non mi sembra affatto paracu*o o qualunquista borghese. è solo indiscutibilmente poetico, nello stile oltre che nel soggetto. chi dice di no è un rude insensibile.
Harvie è simpatico perché i canguri sono stati i primi a dirmi di sì.
A me Harvie Krumpet è piaciuto un bel po’ tanto. Ma continuerei a premiare F&D.
D’altronde sono una che, quando è triste, va a vedersi Tutto su mia madre, per essere sicura di piangere per almeno due ore filate…
M2: Non dubitavo che la storia delle poppe avrebbe riscosso approvazione…
non so… il fatto è che F&D è poetico e stop. Harvie riesce invece nel difficile intento di essere poetico facendo ridere. e quindi vince
…e in più c’ha la placca di ferro in testa.
parisienne: attenta, adesso Kumagoro ci dimostrerà finalmente che non è poetico come avevamo pensato, ma scaltramente costruito per impressionare degli ingenui come noi
Chicca: No, no, sono le poppe a riscuotere approvazione. Ma lo sottolineo perchè tu non pensi che io ti dia ragione qualsiasi cosa tu dica
Golosino: sìsì, Harvie Krumpet è poetico. A me è piacito tanterrimo. Ma non mi ha fatto piangere.
Ohi, sono portatrice sana di utero. Fatemi fare l’isterica. Che piange.
M2: mai passato per l’anticamera del cervello che tu fossi uno Yes-man. E adesso dammi ragione.
M2: se lo farà, sarà bollato a vita come rude e insensibile.
viva l’Hystera!
Rude e insensibile perché non cado nelle trappole del sentimentalismo prefabbricato? Mamma mia, Lou, che delusione, non me l’aspettavo proprio da te! Quanti punti perdi!
Io piango parecchio al cinema, e trovo che sia normale. Ricordo di aver pianto sul finale alla Capra di Tokyo Godfathers in due diverse proiezioni di giorni consecutivi, insieme al mio amico Cristian Posocco (che forse ci legge). E piango eccome alla fine di Harvie Krumpet! Sempre e regolarmente. La scena in cui decide che “ha ancora un po’ di vita da vivere”, dopo che ha parlato tutta la notte con la donna con il tumore sfigurante, e la ringrazia mentre ci accorgiamo che lei invece ha deciso di farla finita… e tutto ciò che segue, la riconquista della voglia di vivere e il “fatto” finale che invita a vivere la vita fino al filtro…
Stessa cosa con la parte finale di When the Day Breaks: dopo lo sgomento dell’incontro tra il quotidiano e la morte, casuale, ordinaria, priva di gloria, la protagonista si accorge che siamo tutti legati, cosa che ci viene mostrata con una sequenza immaginifica e coinvolgente, senza bisogno di parole. E lei alla fine scaccia le ombre e apre la finestra al sole del mattino.
Come si fa a non farsi toccare da queste cose? Sono così sincere e pure, e comunicano così tanto. E soprattutto sono un inno alla vita, sono il trionfo della vita sulla morte che inevitabilmente la circonda in ogni istante.
Ecco, Father and Daughter è palesemente il contrario. Intendiamoci, non è questo a renderlo un brutto film, cosa che di fatto neanche è, ma di certo per me è difficile commuovermi di fronte a un messaggio così vetero-cattolico, per di più a tratti ambiguo, e che di fondo ti dice che la morte è più forte della vita, e dobbiamo pensarci ad ogni istante.
Comunque ve la siete voluta, per cui ecco qua: smontiamo il carillon delle lacrime (perché a creare un film “da fazzoletto” son capaci tutti: riprendo una bambina che gioca con un gattino, poi riprendo un gattino morto e la bambina che piange disperata. Fine. Molto acuto, grande merito “artistico”, eh!).
Segue analisi (mi è venuta voglia di farci un articolo comparativo su Animascopio, che fra l’altro ha ripreso i lavori: leggetevi l’articolo di Chris Robinson su Ryan Larkin, l’anti-eroe del film di Chris Landreth Ryan, altra storia *davvero* toccante, di un’umanità complessa e disperata).
P.S: De Wit ha fatto di peggio che “trombarmi la ragazza”. De Wit a casa sua ha una fottuta stanza dei trofei, che un po’ in disparte nel mucchio contiene i due grand prix degli unici due festival che finora ho organizzato!
La critica a Father and Daughter si può articolare su tre piani:
1. Father and Daughter è un film costruito con una precisa alchimia, che cerca una risposta predeterminata negli spettatori.
2. Father and Daughter applica un sentimentalismo borghese che viene riflesso sul piano estetico.
3. Father and Daughter veicola un messaggio mortifero e di sottomissione della vita in generale e della donna in particolare (che appare del tutto priva della possibilità di autodefinirsi), ma lo fa in modo casuale e qualunquista, stemperandolo astutamente attraverso il punto 2 (mentre avrebbe potuto ottenere più rispetto pronunciandolo almeno ad alta voce, come frutto di una rivendicata ideologia).
Per prima cosa, analizziamo il narrato del film. Nella prima scena, un uomo e una bambina, chiaramente il Padre e la Figlia del titolo, si dirigono in riva al mare; lui la saluta con trasporto, poi si allontana su una barchetta a remi.
Cominciamo da qui: cosa diavolo è successo realmente in questa scena? Ecco la prima ricorrenza dell’ambiguità del film. L’ambiguità fa bene al cinema, ma solo quando rimane irrisolta, ad esempio per creare spaesamento o per sottolineare l’imponderabilità dell’esistenza. Non quando in linea generale si danno risposte chiare e pesanti, ma al contempo si lasciano aperti alcuni elementi.
Questo del Padre che parte è decisivo: siamo in presenza di una metafora? Il Padre sta andando a morire? Sembra evidente già dalle poche scene successive che ciò che dobbiamo assumere è che il Padre non tornerà più. Ma perché? E’ stato esiliato? Ha scelto di suicidarsi? (Come molti interpretano, rendendo ancor più agghiaccianti le conclusioni). Oppure ha semplicemente abbandonato la famiglia per motivi propri, pur a malincuore?
La barchetta non può che essere vista in senso metaforico, altrimenti avremmo la storia di un idiota che si è andato a fare un giro a remi sull’Atlantico ed è affogato come un topo dopo qualche bracciata. Ma che l’evento non sia ordinario è reso evidente dall’atteggiamento drammatico di lui, che torna indietro ad abbracciarla in quella che, nella grammatica del cinema (attenzione!), è la rappresentazione di un Grande Addio Tragico.
Quindi sappiamo solo che il Padre se ne va e la Figlia rimane lì, da sola. Qualunque motivo ci sia dietro la partenza/dipartita del Padre, la Figlia vi assiste. Qui possiamo richiamarci ulteriormente alla metafora, e diventa così la prima dimostrazione del punto 1: perché non è il Padre a orchestrare per la bambina un addio che la metta di fronte alla sua drammatica partenza, è De Wit! E’ il regista che sceglie di rappresentare il Padre che parte di fronte alla Figlia, così da generare un effetto preciso sullo spettatore, mentre qualunque persona sensata, sapendo di doverla abbandonare, risparmierebbe di tormentare la propria figlia con un ricordo del genere. Lui invece, per mano di De Wit, si premura di crearle un’immagine terribilmente malinconica (scegliendo anche l’ora del giorno più adatta!) che potesse infestare la mente della Figlia per sempre.
Quelle che vediamo di seguito sono sequenze in cui la Figlia torna ripetutamente sul luogo della sparizione del Padre. E qui saltiamo immediatamente alla plateale enunciazione del punto 3. Quello che Father and Daughter ci dice nel profondo è che una persona (o una donna? Giacché De Wit è uomo ma non ha scelto di rappresentare un figlio maschio, attenzione! D’accordo che i legami famigliari eterosessuali sono più forti, ma qui non c’è una Madre che abbandona un Figlio e il Figlio che passa la vita ad aspettarne il ritorno. Ma ci torniamo dopo) può passare tutta la vita a struggersi nel ricordo di una persona che non c’è più, di fatto senza riuscire mai a elaborare il lutto. Lo dichiara De Wit stesso, il tema del film è «longing, the kind of longing which quietly, yet totally, affects our lives». E attenzione: questo andrebbe benissimo! Esiste veramente questo tipo di atteggiamento, lo si può facilmente testimoniare. Il problema è che è un atteggiamento negativo, è quello che bisognerebbe evitare, che ti distrugge, ti toglie tutto e ti fa rinunciare alla vita. Ma in Father and Daughter, attraverso il punto 2 (gli acquerelli leccati, l’eleganza dei movimenti, la musica struggente: ne parliamo dopo), è rappresentato come una cosa tanto commovente e tenera, la dolce bambina che voleva tanto bene a paparino suo e lo ricorda per tutta la vita. Ma lo ricorda soltanto o fa anche dell’altro, qualcosa di un po’ più discutibile?
Fermiamoci un momento e supportiamo questa parte dell’analisi, che è decisiva. Perché alle prime visioni (grazie all’abilità di De Wit sul punto 1) alcuni elementi passano inosservati, e la prima superficiale sensazione non ne coglie la sostanza.
Io stesso mi sono accorto di certi aspetti durante visioni successive. Molti infatti mi diranno, di primo acchito: noi non vediamo un’ossessione nella Figlia, vediamo soltanto alcuni momenti isolati della sua vita in cui si reca su quella che si può considerare la tomba del Padre. E’ normale.
Ma se è normale, perché è così commovente? (Perché comunque lo è, con tutti i trucchi possibili lo è). Non dovrebbe esserci nulla di così toccante in una persona che va a rendere omaggio alla memoria di un defunto recandosi sulla di lui tomba. E’ un fatto del tutto ordinario. Quello che arriva a colpirci, invece, è sempre il non-ordinario.
E infatti. Scena dopo scena, vediamo la Figlia, di età sempre maggiore, che torna sul luogo in cui ha visto il Padre per l’ultima volta, e guarda verso il mare, come per scrutarne il ritorno. Già di per sé questo è un gesto che acquista senso solo se ne ammettiamo la reiterazione: lei controlla periodicamente se il Padre per caso stia tornando, e il suo cuore, possiamo immaginare, è sempre lì, ogni istante del giorno. Eccesso interpretativo? Niente affatto, perché quando torniamo ad analizzare il narrato, ecco cosa troviamo: dopo la scena del Grande Addio Tragico, c’è una prima scena in cui la bambina ritorna sulla Riva del Crepacuore. In questa scena ha la stessa età di quando è stata abbandonata, e la bicicletta del Padre è ancora appoggiata all’albero dove l’aveva lasciata. E’ la stessa ora del giorno: possiamo dunque presumere che sia il giorno dopo. Il giorno dopo ci viene mostrata la Figlia che torna su quella riva, e che scruta il mare in cerca del Padre. Nella scena ancora successiva è leggermente più grande, ha un vestito diverso, ma è sempre bambina. La bici del Padre è sempre lì, nessuno l’ha ancora portata via (in Olanda le biciclette devono essere sacre come le vacche in India). La didascalia potrebbe recitare qualcosa come: “Un anno dopo”.
Cosa ci sta dicendo De Wit? Che la bambina da quel momento in poi su quella riva ci è tornata di continuo, forse tutti i giorni. In questa fiaba (perché fiaba è, per le sue scelte di stilizzazione, e come tale non può esimersi dal rischio di avere una morale, a meno appunto di non essere una fiaba qualunquista), abbiamo una protagonista che “da quel giorno in poi non passò giorno senza che si recasse sulla riva ad aspettare il Padre”.
Di seguito, la vediamo scandire i momenti chiave della sua vita con questo rituale. Quindi sì, De Wit ci sta raccontando la storia di un’ossessione, come lui stesso peraltro dichiara. La Figlia va in giro con le amiche: ma le snobba, papà è più importante. La Figlia va in giro con il fidanzato: ma lo porta “da papà” (da una del genere bisognerebbe scappare subito, prima che ti sfiguri nottetempo con le forbici per farti assomigliare al padre!). La Figlia si è sposata con qualche sprovveduto o qualche sant’uomo, ha avuto dei figli a sua volta, ma le gite di famiglia le fanno “dal nonno”, e lei è tutta tesa a scrutare il mare. La sua famiglia non conta, il marito se ne sta in disparte a badare ai figli, lei è altrove. Dopo venti o trent’anni, lei è rimasta sempre lì a rimpiangere papà. Gran bel personaggio.
È stato più volte evocato Harvie Krumpet, e Harvie avrebbe parecchie cose da insegnare sulla vita alla signorina in bicicletta.
A seguire, la situazione assume un tono raggelante, e anche questa è una cosa che sulle prime non si nota: la vediamo, ormai di mezza età, vestita a lutto. Sì, è rimasta vedova (forse il marito si è dato fuoco assieme ai figli). Ora non è più soltanto una Figlia, ha dei legami durati più a lungo, una prole, la vita è andata avanti. Ma lei non si reca mica sulla tomba del marito, si reca ancora sulla pseudo-tomba del Padre!
Finirà per riabbracciare il Padre dopo quella che si può presumere essere la sua morte in tarda età. Iscriverò tutta la sequenza finale nell’ambito del momento onirico, ma non posso fare a meno di notare tutta una serie di pseudo-simboli che a me paiono francamente gettati a casaccio, sulla scia del fatto che lo spettatore sarà troppo trascinato dalla musica e dal Momento Toccante per farci caso. Così De Wit mette in scena materiale un po’ oscuro e sospetto come il mare che diventa prato (?), la barchetta che si scopre era naufragata (?) dopo pochi metri (e che a me sembra solo un modo per ricordare l’inizio del film, perché non ci trovo un senso né letterale né metaforico), e la Figlia che corre e regredisce rapidamente d’età (un’idea di grande originalità che nessuno si aspettava!) fino a gettarsi fra le braccia del Padre dopo essere tornata ragazza (che però è un’età che il Padre non ha conosciuto affatto).
Il problema di questo personaggio è che sicuramente avrà fatto altre cose nella vita oltre che andare in pellegrinaggio su quel dannato tratto di mare. Ma nell’economia del film, è unidimensionale. De Wit ce la presenta come un’ossessionata, non esiste in lei nient’altro che il Padre Perduto, nessun altro gesto se non quello di andare da lui. E non semplicemente a rendere omaggio alla sua memoria. Perché no, lei scruta le acque sperando che torni. E in ogni caso non è sano ricordare una persona che non c’è più continuando ad andare sulla sua tomba, perché allora diventa assillo, possessione, e il problema non è più il fatto che quella persona cara se n’è andata ma che tu sei rimasto.
Facciamo a questo punto una digressione riguardo alla figura femminile che emerge da questo film. Ho detto che è un film anti-femminista, forse sottilmente (e con ogni probabilità in maniera candidamente qualunquista, come tutto il resto), ma indubbiamente. La Figlia non è mai definita in altro modo se non in rapporto a un uomo. E’ una figlia che non si dà pace, e poi è una fidanzata, una moglie, una madre e una vedova. Questo è il ciclo della vita di una donna secondo il film. Già diverso sarebbe stato se lei avesse rinunciato a tutto per passare una vita solitaria in attesa del Padre. Questo l’avrebbe almeno resa capace di autodeterminare il proprio destino (pur in funzione di una figura maschile, ma quella paterna è carica di molto più che semplici istanze sociali). Solitaria lo è comunque: non ha un gesto d’affetto per nessuno (escluso il Padre), è sempre distante, distaccata, sembra non badare a nulla di ciò che ha attorno, se non il mare del distacco paterno.
Ma il problema qui ridiventa di ordine estetico, e ritorniamo al punto 1: Father and Daughter è un film fasullo. Questo lo rende senz’altro antipatico, dopo un po’ di volte che fai girare il carillon con le sue ruote e la sua musica, e cominci a renderti conto che ogni emozione che provi è in primis calcolata, in secundis inconsistente. Dall’inizio alla fine De Wit ti mette in scena questa storia, che poteva essere terribile, spaventosa, e quindi toccante, una riflessione sulle ossessioni, sull’incapacità di essere indipendenti, di liberarsi dai fantasmi, dai traumi infantili, o quello che più vi piace. Ma lo fa con gli stilemi di cui al punto 2: gli acquerelli delicati e le silhouette di squisita eleganza cercano un’estetica comune della malinconia, un tono soft e rassicurante, già chiaro, senza traumi, che non turbi o spiazzi mai lo spettatore ma lo metta in uno stato d’animo sognante che di fatto gli confonde le idee (De Wit, come ho già detto, è un animatore tecnicamente maiuscolo; potrei arrivare a perdonarlo se dichiarasse pubblicamente che tutto ciò che gli interessava in questo film era animare delle biciclette in movimento, e tutto il resto è stato messo lì per fornire emozioni dolcione a buon mercato e vincere premi). Sullo stesso tono viaggia la colonna sonora, firmata da uno degli Dei della Musica per l’animazione, Normand Roger. Decisamente Father and Daughter non sarebbe lo stesso film senza quella musica (sarebbe interessante fare la prova e proiettarlo con una colonna sonora meno abile, oppure in contrasto). L’arrangiamento di quel brano popolare classico è magistrale, pause e attacchi sono perfetti, perfettamente calcolati. Roger e De Wit sono tecnicamente dei volponi, ci sanno fare a un livello che in effetti di per sé merita dei premi.
Ma cosa significa rivestire di toni morbidi e rassicuranti una storia di follia e di autodistruzione, con personaggi che veicolano ambiguamente messaggi di pacificazione e annullamento dell’individuo?
Se non fosse che credo fermamente che qui l’intento era solo confezionare una minestra saporita per scaldare il cuore del pubblico (e delle giurie) con una visione superficialmente innocua della povera orfanella indomita, accompagnata da una dolce ninna-nanna dei sensi, ci sarebbe da avvicinarsi concettualmente al film di propaganda. Ma non andrò così lontano, perché non serve farlo per ridimensionare Father and Daughter.
Rimane da trattare un aspetto che non è poi così collaterale in questo campo specifico (il corto d’animazione): la ricerca estetica.
Qui mi viene utile fare una rapida comparazione con gli altri due film evocati nei commenti: Harvie Krumpet e When the Day Breaks. In tutti e tre i casi si tratta di storie umaniste sul rapporto fra la vita e la morte. Mettiamo pure da parte il fatto che in questi ultimi due casi abbiamo storie di speranza che esaltano la gioia della vita, e come tali toccano la sensibilità più profonda, mentre Father and Daughter si accontenta di toccare emozioni superficiali strutturandosi ad hoc, e in realtà fornendo un modello negativo senza mai criticarlo.
E’ il piano della ricerca tecnica ed estetica che qui mi preme sottolineare. Sarà poi che io mi sento vicino al movimento surrealista, ma mi viene sempre da farne una questione anche politica, nel senso più puro del termine. Resta vero che ci sono modi conservatori di intendere l’arte e modi sovversivi. O più semplicemente, c’è chi per dire ciò che vuole dire cerca strade adatte che siano anche nuove e di per se stesse coinvolgenti, disturbanti, non comode, e chi invece si ferma a strade adatte e basta, frugando nel già visto e nell’efficacia acclarata.
Elliot con Harvie Krumpet realizza un uso del tutto inedito della plastilina (il suo stile delle “istantanee semoventi” con i personaggi che guardano in macchina), e adotta un design irriverente che va oltre molta estetica consueta.
E Wendy Tilby e Amanda Forbis raccontano la storia di When the Day Breaks scegliendo di innestare forme animali pittoriche su riprese reali, mixando tecniche e straniando spesso il punto di vista dell’inquadratura.
E a mio avviso tutto questo contribuisce in maniera non secondaria al valore di un film.
Poi volendo c’è, in conclusione, da tornare sul discorso della figura femminile. Io mi considero un femminista (pur contestando ferocemente certi assunti del femminismo storico), e so bene che non ci sono peggiori maschilisti delle donne stesse. Ma al di là di questo, ho provato a verificare se un certo modo di raffigurare la donna nell’animazione contemporanea sia da considerarsi più che altro come un’immagine acquisita e semi-innocua, oppure no. E analizzando, tanto per provare, i film del concorso di Lucca, ovvero i film animati più rappresentativi del nostro decennio, ho trovato che c’erano 12 film con figure femminili preminenti, e di questi 12 solo Father and Daughter era così reazionario nella rappresentazione della donna. Anzi, per lo più gli altri raffiguravano (senza che questo fosse il tema del film, ma per pura abitudine culturale) donne indipendenti e autodeterminate, molto spesso capaci di essere persone e personaggi prima che “donne nel film”.
Tornando ai due film citati sopra, la protagonista di When the Day Breaks (film realizzato peraltro da due donne, mentre Father and Daughter poteva essere soltanto il film di un uomo) è una donna single, con atteggiamenti certamente femminili ma che si rapporta al mondo innanzitutto come essere umano tout court. E’ una proiezione delle due autrici, e della Tilby in particolare che ha scritto il soggetto forse elaborando un’esperienza personale.
In Harvie Krumpet ci sono due donne forti (la moglie e la figlia di Harvie, che diventa avvocato battendo col sorriso la sua disabilità, e che pur volendo molto bene a suo padre, è lei ad abbandonarlo!), e un’altra donna, il medico che gli consiglia di fumare di più, stupida ma in posizione socialmente elevata.
Poi c’erano, tanto per citarle: le popolane inglesi di Joanna Quinn (Dreams and Desires), che certo non stanno ad ascoltare troppo gli uomini; le protagoniste di due film al femminile, Fish Never Sleep e Sans queue ni tête, due single moderne i cui problemi non derivano dal rapporto con gli uomini (perché, pensate!, una donna può anche essere felice o infelice senza che questo dipenda da un uomo!); la co-protagonista di The Danish Poet, che pur inserita in un contesto tradizionalista, compie le sue scelte (sposarsi seguendo tradizione, quando avrebbe potuto fuggire) e attua le sue ribellioni (non tagliarsi i capelli, essere felice di essere rimasta vedova); le due Pearce Sisters, figure fuori dai canoni del ruolo femminile rassicurante, che gli uomini li vorrebbero anche avere, ma che se questi non ci stanno (perché in fondo sono stronzi loro e si fanno influenzare dall’aspetto esteriore, quando in realtà sono stati salvati dalle due sorelle e la più giovane tentava persino un approccio delicato offrendo il tè) li squartano e appendono come merluzzi; e ancora, in JoJo in the Stars ci sono una trapezista romantica, che è un oggetto del desiderio non passivo, e la crudele direttrice del circo, ruolo tipicamente maschile; in Ring of Fire ci sono figure femminili complesse e stilizzate, dalla prostituta che si sceglie i clienti e nasconde segreti mistici, alla ninfa iperfemminea che scopre il potere della violenza; in The Suspect ci sono due ruoli stereotipici che però finiscono ribaltati (non dico altro per chi non l’ha visto); infine, la protagonista di Tragic Story with Happy Ending è di nuovo una donna indipendente svincolata da un rapporto con una figura maschile, che soffre una condizione di cui non ha colpa, in una complessa e raffinata metafora dell’adolescenza e del rapporto con il proprio corpo. (Ed è un altro film sinceramente toccante, fra l’altro, con un grandioso Normand Roger, stavolta al servizio del Bene).
Evidentemente, certe scelte nascondono concezioni culturali anche inconsce.
E’ tutto. Mi sono mantenuto nelle dimensioni imposte da M2. Spero sia soddisfatto di come ho articolato la critica.
Già.
Kuma, purtroppo ho letto solo le prime righe dei tuoi commenti (sono troppo lunghi e stamani non ho molto tempo) che riguardano la profonda delusione sulla mia persona… haem…
…ovviamente era una battuta come le altre, non pensavo ci fosse bisogno di specificarlo.
Sui punti persi… beh, per fortuna non stavo facendo la raccolta, pazienza, che ti devo dire
@chicca: che poi non è che se un film fa piangere allora è bello, o è più bello di un film che non fa piangere.
mi è capitato di farmi scappare una lacrimuccia davanti a film mediocri ma con scene commoventi, e al contempo ci sono film stupendi che non mi hanno fatto versare una lacrima (non mi pare di aver mai pianto guardando Trainspotting…).
Insomma, il pianto e la commozione non sono criteri di qualità attendibili
Kuma: grazie! Ho salvato la pagina e la leggerò quanto prima. Premetterò alla lettura una nuova visione del film incriminato. E questo per sul serio, perchè mi interessa il tuo punto di vista.
Golo: la tua saggezza a volte spaventa.
M2: bravo.
Lou: comunque di punti ne avevi parecchi, quindi il tuo totale in proporzione non è stato quasi intaccato.
Kuma: sono solo brevi, imprevedibili momenti, non preoccuparti. poi torno alla mia stoltaggine di sempre
Ho pensato parecchio al commento e alle argomentazioni di Kuma, capendole, e rimuginandole con molta calma.
Poi, una volta che ho ri-ascoltato “Ci sei solo tu” dei Litfiba, mi e` venuta in mente l’associazione con “Ti regalero` una rosa” di Cristicchi e mi sono illuminato di colpo…
Io non ho capito niente, ma direi che non importa.