Genova, Maggio 2009. “Spero solo che non sia troppo doloroso…” sono le uniche parole che rimbalzano nella mia coscienza mentre attendo rassegnato che la fine si avvicini. Abbandonata ogni speranza di farla franca, non mi sono neanche preoccupato di far perdere le tracce al mio inseguitore. Don Paolino mi troverà ovunque, fuggire sarebbe inutile e poco dignitoso. Non mi resta che attendere e condividere con i pochi amici rimasti i dettagli del pasticcio in cui mi sono cacciato…
Antefatto. Nel novembre dell’anno passato, fermamente deciso a dare una svolta alla mia carriera, presi con entusiasmo e sfrontatezza l’ardua decisione di intraprendere la rischiosa strada del giornalismo di inchiesta. Basta noiose interviste patinate con le celebrità del web, basta chiacchiere inutili sulla finanza, l’alta cucina, le mode giovani o le clamorose storie di provincia. Volevo dare un senso al mio lavoro, volevo che il mio nome avesse la possibilità di rimanere per sempre sui libri di storia.
Fermamente convinto a dare ascolto al mio ipertrofico ego germogliato in quei frenetici giorni, mi prodigai in febbrili ricerche di qualche possibile intrigo che avesse il disperato bisogno del mio fervido ingegno perché ne venissero svelati i clamorosi retroscena. L’occasione non tardò a manifestarsi poche settimane dopo l’inizio delle mie indagini sotto forma di immenso colpo di fortuna: avevo appena assistito ad una splendida esibizione della Filarmonica Sestrese al teatro Verdi di Sestri Ponente quando, diretto verso i camerini degli orchestrali alla ricerca del noto blogger Botty, amico di una vita e stimato percussionista, indugiai davanti alla sua porta appena socchiusa e da dove uscivano urla concitate: “una testa di cavallo nel letto sarebbe farti un piacere…” – urlava furioso Botty – “la mia Luger sparerà il suo ultimo colpo e consegnerà definitivamente alla storia uno dei più unti ciuffi di capelli neri che si siano mai visti sul globo terrestre…” sbottò infine, gettando il telefono contro lo specchio del camerino e mandandolo in frantumi. Dopo un lungo attimo di imbarazzo reciproco, colui che credevo essere semplicemente un distinto e placido amico mi prende per un braccio e, con fare affabile ma al tempo stesso deciso, mi bisbiglia “sono paziente… lo sai… ma non mi devono provocare… dai, se ne parla davanti a una birra…”. Non dimenticherò mai quella chiacchierata che feci con lui, nel backstage di un lussuoso bar di Genova; in pratica, evidentemente compromessa la sua copertura ai miei occhi, in un lungo monologo interrotto da radi ed esterrefatti gemiti del sottoscritto, egli mi rivelò la vera natura delle sue attività intraprese negli ultimi anni, confidando nel silenzio di un vecchio amico o forse prendendo in seria considerazione il motto “O con me o contro di me”. In pratica appresi sgomento che Paolo Bottaro, Botty per gli amici dei blogs, non è il brillante impiegato che, all’umile soldo di una multinazionale tedesca, patisce lunghi e faticosi viaggi in Svezia tra mille slides in Power Point e qualche riunione multiculturale: egli è Don Paolino ‘Botty’ Bottaro, il capo di una potentissima e gigantesca cosca mafiosa Genovese di nuova formazione, invischiata in un colossale giro di prostituzione ed avente come insospettabile base logistica Stoccolma. Ma ciò che mi sconvolse, ancor più della ‘confessione’, fu la sua successiva proposta di affiliarmi alla suddetta cosca e offrire a lui i miei servigi in cambio di un vitalizio in natura da parte delle migliori fanciulle della sua scuderia (“beh, naturalmente ci sono vari modi di intendere una ricompensa… alcuni (avidi, a mio dire) potrebbero ritenere giusto alla lunga, anche un emolumento in denaro, ma, per quanto mi riguarda, direi che decisamente questo è uno dei migliori.. ” le sue testuali parole).
Lo scoop. A quel punto intravidi avidamente lo scoop della mia vita e, superato lo choc iniziale, cercai di razionalizzare quanto accaduto decidendo di prendere tempo, prima di dargli una risposta. Nel frattempo contattai un collega e amico giornalista americano, in stretto contatto con l’attuale direzione del periodico Vanity Fair, per proporgli di presentarmi alla rivista come un giornalista italiano, che non ha paura di mettersi contro la Mafia italiana, in possesso di un sensazionale pezzo di denuncia… La risposta di Vanity Fair (in cerca di rilanciare la propria immagine di testata coraggiosa e autorevole conquistata col celebre articolo di denuncia sull’industria del tabacco, dal tiolo “The Man Who Knew Too Much”, che la giornalista Marie Brenner pubblicò nel lontano 1996) non tardò ad arrivare e, spiegato loro il succo della vicenda, mi proposero di pubblicare il mio reportage, a patto che fosse suffragato da prove schiaccianti.
La copertura. Dicembre. Purtroppo ero in possesso di indizi a dir poco fumosi (una chiacchierata in assenza di testimoni), così decisi che l’unico modo per procurarmi le richieste prove schiaccianti dell’immenso traffico illecito del Bottaro fosse quello estremo di entrare a farne parte e accettare la sua proposta indecente. Dopo un breve periodo di apprendistato in cui dimostrai non poche difficoltà nell’apprendere l’arte criminosa (“Ma Paolo, come diavolo faccio a freddarlo se lui mi guarda?!?” Risposta di Don Paolino “nel momento in cui lui china gli occhi si estrae l’arma e si spara nel cranio, poche balle…”) fui introdotto nella Famiglia e divenni finalmente operativo.
I Maiali. Gennaio. Ovviamente la mia inesperienza sul campo rendeva impossibile che io potessi occuparmi dei lavori di maggior responsabilità, tuttavia godendo di un certo credito presso la Famiglia, e questo chiaramente grazie all’amicizia personale con Don Paolino, mi vidi affidare il compito di comandare il gruppo di affiliati noto col nome de “I Maiali”. In quanto capo dei Maiali, il mio soprannome era “Il Salumiere”: ai miei ordini agivano il possente Grizzly (noto per la caratteristica di voler avere sempre ragione, ed in effetti non esiste essere senziente ancora vivo in disaccordo con le sue opinioni), l’astuto Pinguino (gran maestro della comunicazione, in grado di stordire il nemico di turno con un turbinìo di aneddoti inconcludenti, poco prima della sua esecuzione), l’affascinante e provocante Blondie K. (“onestamente, ognuna è libera di fare quello che le pare… non è per fare il vecchio lamentoso, ma ormai si è visto un tale decadimento dei costumi che mi aspetto qualsiasi cosa… comunque, la risposta vera e profonda, che mi sgorga più autenticamente dal cuore è ‘macchissenefrega’!” così Don Paolino sbottò una volta a proposito della di lei sadica abitudine di gratificare la futura vittima con il tradizionale spogliarello con tacco a spillo e, a seguire, revolverata in fronte) e l’eclettico Spagnolo (ex cuoco romano che si è fatto le ossa nella malavita valenciana, celebre per la sua carbonara e talvolta chiamato anche Il Chimico, in omaggio al leggendario Alì con cui condivide la passione per gli eccidi). Ai Maiali venivano affidate le mansioni più “sporche” (da cui il nome) e, nel giro di breve tempo, sotto la mia guida seppero distinguersi sia per l’efficienza nelle azioni sia, ahimè!, per la loro efferatezza. Va detto che io personalmente non mi macchiai mai le mani di alcun delitto di sangue, ma di certo non mancai di spronare i miei quattro compari a farlo così da potermi guadagnare fiducia presso la Famiglia.
Le prove. Febbraio. La mia credibilità sempre crescente mi permise, quindi, di raccogliere le prove a suffragio delle mie future accuse. Ormai ero talmente introdotto che non ebbi alcuna difficoltà a disseminare cimici in ogni apparecchio telefonico del quartier generale di Stoccolma, setacciare archivi compromettenti, collezionare files e documenti e fotografare le sequenze più cruente delle violente azioni condotte dalla Famiglia.
(nella foto, Botty mentre esegue il barbaro rituale di uccisione dei traditori. Kotekino: “Paolo, cosa dovrei fare se qualcuno dei miei mi tradisse?” Don Paolino: “…lo cucineresti e lo mangeresti, o lo appenderesti come trofeo in sala e diresti che l’hai ucciso tu…”)
Da una teleconferenza intercettata in cui partecipano il Botty, l’oscuro Consigliori (che scoprirò essere niente meno che Oreste Starnazza) e diversi vice-capi:
Don Starnazza: “Orco boia, cosa possiamo fare per incrementare i guadagni?”
Don Paolino: “Ahimè, il mercato è quello che è, i soldi che girano, in qualche modo sono diminuiti…”
Don Carmelo: “Potremmo irrompere armati a Palazzo Chigi e convincere il suo inutile inquilino che una riforma della legge Merlin sia oggi una priorità del paese. Potrebbe forse non essere d’accordo sulle prime ma…”
Don Paolino: “…alzando bene gli occhi troverebbe la pistola davanti al suo sguardo e avrebbe il tempo di capire cosa stia succedendo, mentre io lo guardo gelido…”
Don Pasquale: “… e gli detti l’ordine della sua agenda!”
Starnazza: “Ma questo è un colpo di genio, dio bono!”
Don Paolino: “che cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, decisione e rapidità di esecuzione!”
Tradimento. Marzo. Ormai avevo raccolto prove a sufficienza, dovevo trovare il modo di emanciparmi dalla famiglia senza troppo dare nell’occhio, tanto più che la mia copertura cominciava a fare acqua da tutte le parti. Ormai non potevo più reggere ancora per molto tempo. Ecco l’intercettazione di una telefonata con il Consigliori Oreste Starnazza, dove emerge tutta l’amarezza di Botty. Starnazza: “Orco boia, Paolì, ora hai anche dubbi sulla sua identità?” Don Paolino: “il mio amico Kotekino… dipende di quale identità si parli… sospetto egli conduca una multipla vita, in realtà… tuttavia, non sono sicuro di essere a conoscenza di tutte le sfaccettature della sua schizofrenica esistenza… (e, onestamente, penso di preferire così!)”. Starnazza: “Sospetti tradimento?” Don Paolino: “ho avuto piccoli screzi, a volte, anche se non completi e totali tradimenti della fiducia e, sicuramente, qualcosa è cambiato… d’altro canto io sono sempre stato anche un professionista serio… ma se dovessi scoprire qualcosa del genere…”. Udendo questa telefonata, fui letteralmente preso dal panico e, incurante di ogni cautela che mi avrebbe dovuto imporre un’uscita di scena più sommessa, mi diedi alla fuga senza avere nemmeno il coraggio di ascoltare le sue ultime parole che, è facile immaginarlo, avrebbero potuto essere “lo freddo sul colpo!” o qualcosa del genere.
Oggi. Il resto è storia recente: latito da due mesi, il pezzo su Vanity Fair è uscito riscuotendo anche un discreto successo, Don Paolino ha invaso tutti i mezzi di comunicazione lanciando accuse di diffamazione sul sottoscritto e sostenendo che tutte le prove da me raccolte erano false, che tutte le frasi da me riportate e documentate sono state stralciate dal contesto modificandone radicalmente il senso, che lui è solo un onesto professionista con l’hobby della musica e che i Maiali sono solo un innocuo gruppo di blogger che amano forse essere un po’ paradossali ma che sarebbero incapaci di fare del male ad una mosca. Starnazza, l’addetto al ritrovamento dei testimoni, ancora tace, ma so già che mi sta cercando furiosamente brandendo un tondino di ferro e… “No!” gemo “No, ti prego io… io… non vole
The Godfather! O la vera storia di Don Paolino ‘Botty’ Bottaro
23 Maggio 2009 di kotekino
Antefatto. Nel novembre dell’anno passato, fermamente deciso a dare una svolta alla mia carriera, presi con entusiasmo e sfrontatezza l’ardua decisione di intraprendere la rischiosa strada del giornalismo di inchiesta. Basta noiose interviste patinate con le celebrità del web, basta chiacchiere inutili sulla finanza, l’alta cucina, le mode giovani o le clamorose storie di provincia. Volevo dare un senso al mio lavoro, volevo che il mio nome avesse la possibilità di rimanere per sempre sui libri di storia.
Fermamente convinto a dare ascolto al mio ipertrofico ego germogliato in quei frenetici giorni, mi prodigai in febbrili ricerche di qualche possibile intrigo che avesse il disperato bisogno del mio fervido ingegno perché ne venissero svelati i clamorosi retroscena. L’occasione non tardò a manifestarsi poche settimane dopo l’inizio delle mie indagini sotto forma di immenso colpo di fortuna: avevo appena assistito ad una splendida esibizione della Filarmonica Sestrese al teatro Verdi di Sestri Ponente quando, diretto verso i camerini degli orchestrali alla ricerca del noto blogger Botty, amico di una vita e stimato percussionista, indugiai davanti alla sua porta appena socchiusa e da dove uscivano urla concitate: “una testa di cavallo nel letto sarebbe farti un piacere…” – urlava furioso Botty – “la mia Luger sparerà il suo ultimo colpo e consegnerà definitivamente alla storia uno dei più unti ciuffi di capelli neri che si siano mai visti sul globo terrestre…” sbottò infine, gettando il telefono contro lo specchio del camerino e mandandolo in frantumi. Dopo un lungo attimo di imbarazzo reciproco, colui che credevo essere semplicemente un distinto e placido amico mi prende per un braccio e, con fare affabile ma al tempo stesso deciso, mi bisbiglia “sono paziente… lo sai… ma non mi devono provocare… dai, se ne parla davanti a una birra…”. Non dimenticherò mai quella chiacchierata che feci con lui, nel backstage di un lussuoso bar di Genova; in pratica, evidentemente compromessa la sua copertura ai miei occhi, in un lungo monologo interrotto da radi ed esterrefatti gemiti del sottoscritto, egli mi rivelò la vera natura delle sue attività intraprese negli ultimi anni, confidando nel silenzio di un vecchio amico o forse prendendo in seria considerazione il motto “O con me o contro di me”. In pratica appresi sgomento che Paolo Bottaro, Botty per gli amici dei blogs, non è il brillante impiegato che, all’umile soldo di una multinazionale tedesca, patisce lunghi e faticosi viaggi in Svezia tra mille slides in Power Point e qualche riunione multiculturale: egli è Don Paolino ‘Botty’ Bottaro, il capo di una potentissima e gigantesca cosca mafiosa Genovese di nuova formazione, invischiata in un colossale giro di prostituzione ed avente come insospettabile base logistica Stoccolma. Ma ciò che mi sconvolse, ancor più della ‘confessione’, fu la sua successiva proposta di affiliarmi alla suddetta cosca e offrire a lui i miei servigi in cambio di un vitalizio in natura da parte delle migliori fanciulle della sua scuderia (“beh, naturalmente ci sono vari modi di intendere una ricompensa… alcuni (avidi, a mio dire) potrebbero ritenere giusto alla lunga, anche un emolumento in denaro, ma, per quanto mi riguarda, direi che decisamente questo è uno dei migliori.. ” le sue testuali parole).
Lo scoop. A quel punto intravidi avidamente lo scoop della mia vita e, superato lo choc iniziale, cercai di razionalizzare quanto accaduto decidendo di prendere tempo, prima di dargli una risposta. Nel frattempo contattai un collega e amico giornalista americano, in stretto contatto con l’attuale direzione del periodico Vanity Fair, per proporgli di presentarmi alla rivista come un giornalista italiano, che non ha paura di mettersi contro la Mafia italiana, in possesso di un sensazionale pezzo di denuncia… La risposta di Vanity Fair (in cerca di rilanciare la propria immagine di testata coraggiosa e autorevole conquistata col celebre articolo di denuncia sull’industria del tabacco, dal tiolo “The Man Who Knew Too Much”, che la giornalista Marie Brenner pubblicò nel lontano 1996) non tardò ad arrivare e, spiegato loro il succo della vicenda, mi proposero di pubblicare il mio reportage, a patto che fosse suffragato da prove schiaccianti.
La copertura. Dicembre. Purtroppo ero in possesso di indizi a dir poco fumosi (una chiacchierata in assenza di testimoni), così decisi che l’unico modo per procurarmi le richieste prove schiaccianti dell’immenso traffico illecito del Bottaro fosse quello estremo di entrare a farne parte e accettare la sua proposta indecente. Dopo un breve periodo di apprendistato in cui dimostrai non poche difficoltà nell’apprendere l’arte criminosa (“Ma Paolo, come diavolo faccio a freddarlo se lui mi guarda?!?” Risposta di Don Paolino “nel momento in cui lui china gli occhi si estrae l’arma e si spara nel cranio, poche balle…”) fui introdotto nella Famiglia e divenni finalmente operativo.
(nella foto, Botty mentre esegue il barbaro rituale di uccisione dei traditori. Kotekino: “Paolo, cosa dovrei fare se qualcuno dei miei mi tradisse?” Don Paolino: “…lo cucineresti e lo mangeresti, o lo appenderesti come trofeo in sala e diresti che l’hai ucciso tu…”)
Da una teleconferenza intercettata in cui partecipano il Botty, l’oscuro Consigliori (che scoprirò essere niente meno che Oreste Starnazza) e diversi vice-capi:
Don Starnazza: “Orco boia, cosa possiamo fare per incrementare i guadagni?”
Don Paolino: “Ahimè, il mercato è quello che è, i soldi che girano, in qualche modo sono diminuiti…”
Don Carmelo: “Potremmo irrompere armati a Palazzo Chigi e convincere il suo inutile inquilino che una riforma della legge Merlin sia oggi una priorità del paese. Potrebbe forse non essere d’accordo sulle prime ma…”
Don Paolino: “…alzando bene gli occhi troverebbe la pistola davanti al suo sguardo e avrebbe il tempo di capire cosa stia succedendo, mentre io lo guardo gelido…”
Don Pasquale: “… e gli detti l’ordine della sua agenda!”
Starnazza: “Ma questo è un colpo di genio, dio bono!”
Don Paolino: “che cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, decisione e rapidità di esecuzione!”
Tradimento. Marzo. Ormai avevo raccolto prove a sufficienza, dovevo trovare il modo di emanciparmi dalla famiglia senza troppo dare nell’occhio, tanto più che la mia copertura cominciava a fare acqua da tutte le parti. Ormai non potevo più reggere ancora per molto tempo. Ecco l’intercettazione di una telefonata con il Consigliori Oreste Starnazza, dove emerge tutta l’amarezza di Botty. Starnazza: “Orco boia, Paolì, ora hai anche dubbi sulla sua identità?” Don Paolino: “il mio amico Kotekino… dipende di quale identità si parli… sospetto egli conduca una multipla vita, in realtà… tuttavia, non sono sicuro di essere a conoscenza di tutte le sfaccettature della sua schizofrenica esistenza… (e, onestamente, penso di preferire così!)”. Starnazza: “Sospetti tradimento?” Don Paolino: “ho avuto piccoli screzi, a volte, anche se non completi e totali tradimenti della fiducia e, sicuramente, qualcosa è cambiato… d’altro canto io sono sempre stato anche un professionista serio… ma se dovessi scoprire qualcosa del genere…”. Udendo questa telefonata, fui letteralmente preso dal panico e, incurante di ogni cautela che mi avrebbe dovuto imporre un’uscita di scena più sommessa, mi diedi alla fuga senza avere nemmeno il coraggio di ascoltare le sue ultime parole che, è facile immaginarlo, avrebbero potuto essere “lo freddo sul colpo!” o qualcosa del genere.
Oggi. Il resto è storia recente: latito da due mesi, il pezzo su Vanity Fair è uscito riscuotendo anche un discreto successo, Don Paolino ha invaso tutti i mezzi di comunicazione lanciando accuse di diffamazione sul sottoscritto e sostenendo che tutte le prove da me raccolte erano false, che tutte le frasi da me riportate e documentate sono state stralciate dal contesto modificandone radicalmente il senso, che lui è solo un onesto professionista con l’hobby della musica e che i Maiali sono solo un innocuo gruppo di blogger che amano forse essere un po’ paradossali ma che sarebbero incapaci di fare del male ad una mosca. Starnazza, l’addetto al ritrovamento dei testimoni, ancora tace, ma so già che mi sta cercando furiosamente brandendo un tondino di ferro e… “No!” gemo “No, ti prego io… io… non vole
Pubblicato in Adesso basta, Le grandi interviste di Kotekino, Malvagità, Specchi per le allodole, Teste (?) che cadono, Tipi da blog | Contrassegnato da tag blondie k, botty, chi la fa l'aspetti, don paolino, giornalismo, godfather, grizzly, la fine di kotekino, lo spagnolo, mafia, maiali, padrino, pinguino, powerpoint, premerlino, pulitzer, salumiere, slides, starnazza, stoccolma, vanity fair | Non ci sono Commenti | 37 Commenti »